Mutanti, mostri e marginati: The Witcher come metafora dell’esclusione sociale

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Siamo cresciuti con l’idea che siamo tutti uguali. Una convinzione sicuramente rassicurante e comoda e che ci viene insegnata fin da piccoli: stessi diritti, stessi doveri, stessi percorsi. Come se l’unico modo per poter stare al mondo e vivere tutti insieme fosse annullare ogni nostra deviazione, uniformarsi ad un modello prestabilito di normalità. Tutto ciò per poter essere accettati, capiti, integrati.

In questa visione del mondo, la diversità non è una risorsa, è un’ostacolo da superare. Qualcosa che va regolato, contenuto e spesso nascosto. C’è chi, con fatica a volte, riesce ad adattarsi, a smussare gli angoli della propria personalità, a rientrare nei limiti imposti, a interpretare il ruolo giusto per poter trovare il proprio posto.

Però ci sono anche quelli che dicono di no. Quelli che non voglio o non possono rinunciare alla propria autenticità. Quelli che sentono da sempre che qualcosa dentro di loro sfugge alle norme sociali, ai codici, ai comportamenti attesi. Quelli che son troppo sensibili, troppo intensi, troppo lucidi, troppo troppo.

Ed è li, quando smetti di rientrare nei parametri di accettabilità che arriva l’etichetta. Ti dicono che sei strano, diverso, difficile. Lentamente inizi a sparire dal centro, ad essere messo ai bordi. Inizi a diventare un corpo in eccesso, un’identità che crea disagio.

Nei videogiochi, questa figura spesso prendeva la forma del mostro: una creatura da combattere, da respingere, da eliminare. Ma in The Witcher accade qualcosa di diverso, ma molto più potente.

Qui il mostro sei tu. Tu che giochi nei panni di Geralt. Un mutante costruito per essere utile, ma mai davvero riconosciuto come parte del mondo che protegge. Un essere potenziato ma non conforme. Troppo mostro per essere accettato dagli umani, troppo umano per essere considerato un mostro.

Non nasci mostro, lo diventi

Geralt non è nato mutante. Venne preso da Vesemir, trasformato, addestrato, potenziato, poi lasciato vagare in un mondo che non lo ha mai accettato e voluto veramente. UN po’ come se l’alterità non fosse qualcosa di naturale, ma una condizione imposta, scolpita da altri e che poi si rifiutano di riconoscerla.

In The Witcher, I Witcher vengono creati attraverso la Prova Delle Erbe, un processo brutale che porta con sé mutazioni genetiche e un addestramento estremo. Non nascono diversi ma lo diventato e questa loro differenza, non voluta, diventa la loro condanna.

Una volta forgiati per combattere i mostri, vengono considerati essi stessi dei mostri. Nessuno si chiede cosa abbiano vissuto, cosa abbiano perso, cosa significhi essere stati plasmati per una funzione. Sono strumenti. E come tutti gli strumenti, vengono rispettati solo finché servono.

Questo meccaniscmo non appartiene solo alla saga di The Witcher, ma accade continuamente nella nostra società. Il sociologo Zygmunt Bauman parla di “produzione sociale della devianza”: quando la società etichetta un comportamento, un’identità o una caratteristica come “anormale”, lo fa per proteggere l’illusione di coesione interna. Il diverso diventa funzionale solo se resta ai margini, se non disturba, se accetta il proprio ruolo.

E se sei neurodivergente, questo lo impari presto.

Non sei tu a essere “sbagliato”, ma il modo in cui vieni letto, interpretato, classificato. Il tuo modo di pensare, di sentire, di percepire il mondo viene subito misurato, confrontato, valutato rispetto a una norma. E se non combacia, non c’è spazio per la complessità: c’è solo l’etichetta.

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Essere utili non basta a essere accettato

Il paradosso dei Witcher è lo stesso che vivono molte persone fuori standard: essere utili, eppure indesiderati. Geralt salva vite, elimina minacce, protegge chi lo teme. Eppure, la sua presenza è scomoda. È l’ultimo a essere invitato, il prima a essere cacciato. Lo si cerca solo quando serve, solo quanto è utile, poi lo si respinge quando tutto torna alla normalità.

In fondo, The Witcher racconta una società che ha bisogno del diverso per poter continuare con la propria normalità, ma che non vuole convivere con lui. Il diverso è solo uno strumento, mai un soggetto, mai un pari.

Lo stesso meccanismo si ritrova in molte esperienze di neurodivergenza. Finché la tua intelligenza serve, vieni elogiato. Finché sei produttivo, creativo, brillante, vieni sopportato.

Ma appena esci dai binari, appena sei troppo sensibile, troppo diretto, troppo stanco, allora sei instabile, difficile, strano. Funzioni, certo, ma non appartieni.

E non riguarda solo le neurodivergenze. Basta guardare come trattiamo chi porta con sé una storia, un’identità, un corpo che non si allinea al modello dominante.

Gli extracomunitari, per esempio, sono spesso accettati solo in funzione di quello che possono offrire: braccia che lavorano, mani che accudiscono, presenza silenziosa che tiene in piedi pezzi interi di economia sommersa.

Ma appena la loro esistenza diventa troppo visibile, troppo presente, troppo fiera, si spezza il fragile contratto sociale. Non importa chi sono, quanto bene fanno, quanto rispettano le regole. Restano ospiti, sempre con un piede fuori dalla porta.

Lo stesso vale per chi appartiene alla comunità LGBTQIA+. Persone omosessuali, transgender, non binarie, asessuali, chiunque non si conformi alle aspettative su cosa vuol dire essere uomini o donne “nel modo giusto”, viene tollerato solo finché si adatta. Finché non è troppo visibile, troppo vero, troppo sé stesso.

L’identità, in questi casi, viene trattata come qualcosa da contenere: accettata nei margini, magari applaudita se è spettacolo, ma sminuita, derisa o persino aggredita quando è reale, quotidiana, incontrollabile.

Anche la persona più gentile, più brillante, più onesta, se non corrisponde all’immagine che ci aspettiamo, viene comunque letta come una deviazione.

E allora lo schema si ripete: il diverso è utile finché resta in secondo piano. Ma non deve mai disturbare l’ordine visivo, simbolico, sociale.

È sempre lo stesso meccanismo. Ovunque ci sia una norma che detta chi merita spazio, e chi no. Chi è fuori standard, chi non si piega, chi vive la propria complessità senza filtri, viene lentamente spinto fuori.

E come Geralt, anche queste persone diventano funzionali ma scomode, visibili ma isolate, presenti ma mai pienamente incluse.

Focault, il corpo e la normalizzazione

Nel suo libro Sorvegliare e Punire, Michel Foucault analizza il modo in cui le società moderne disciplinano i corpi, plasmano i comportamenti, regolano i desideri.

Non lo fanno attraverso la violenza esplicita, ma attraverso una rete invisibile di aspettative, codici e rituali quotidiani.

Il potere non sempre ti colpisce: spesso ti educa. Ti modella. Ti insegna, senza che tu te ne accorga, a muoverti, parlare, pensare nel modo “giusto”.

E se per qualsiasi motivo non riesci ad adeguarti, se il tuo corpo, la tua mente o la tua identità sfuggono a queste griglie, non vieni integrato. Vieni deviato. Scartato. Etichettato.

I Witcher sono l’emblema di questo meccanismo. Il loro corpo è stato modificato, addestrato, ottimizzato per essere funzionale. Ma nessuna di queste trasformazioni ha portato reale accoglienza. Anzi: più diventano efficienti, più spaventano. Più si avvicinano alla perfezione, più vengono percepiti come disumani.

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È lo stesso che accade con molte persone fuori standard. Chi è neurodivergente ad alto funzionamento, ad esempio, spesso viene elogiato finché riesce a mascherarsi bene. Finché riesce a sembrare normale.

Ma quel riconoscimento ha un prezzo altissimo: si paga con la disconnessione da sé, con la stanchezza cronica, con la solitudine.

Lo stesso vale per chi appartiene alla comunità LGBTQIA+, o per chi ha un corpo migrante, un accento “fuori posto”, una cultura non allineata.

Finché si adeguano alle aspettative, finché non disturbano, finché non rivendicano troppo, finché sorridono senza chiedere spazio e diritti, vengono tollerati.

Ma appena vivono pienamente la propria identità, senza filtri, il sistema mostra il suo vero volto: quello che decide cosa è accettabile, e cosa no. Chi è persona, e chi è solo presenza.

Per Foucault, la normalizzazione è la forma più pervasiva di potere: quella che non si impone con la forza, ma con l’educazione, la cultura, la quotidianità.

E quando la tua esistenza si allontana troppo dallo standard, allora non importa quanto valore porti, quanta intelligenza, quanta bellezza. Diventi una deviazione. Qualcosa da correggere.

Lo stesso sguardo che condanna Geralt ritorna, in modo diverso, anche in altri mondi videoludici.In Mass Effect, per esempio, la diversità non è più solo personale ma collettiva: specie, culture e identità imparano a convivere o a scontrarsi in base a come scelgono di percepirsi a vicenda.

Se The Witcher esplora la solitudine dell’individuo “troppo diverso per appartenere”, Mass Effect racconta la fatica di una società che deve imparare a includere l’altro senza annullarlo.

Due universi lontani, ma la stessa domanda di fondo: quanto spazio c’è, davvero, per la diversità quando il potere detta la norma?

Il mostro non è ciò che sei. È ciò che gli altri vedono

In The Witcher, la mostruosità non è definita da cosa fai. È uno sguardo. Un giudizio. Un pregiudizio collettivo che trasforma ciò che non si comprende in minaccia.

Geralt non è pericoloso, ma è imprevedibile. Non è crudele, ma è impassibile. Non è umano, ma ci somiglia troppo per essere ignorato. Ed è questo che inquieta: il riflesso disturbante di un’umanità non addomesticata.

Essere diversi in una società che premia la linearità è un po’ la stessa cosa. Non sei un problema finché non ti fai notare, ma appena esci dal copione, appena il tuo modo di pensare o reagire rompe lo schema, diventi qualcosa da gestire, o da evitare.

E così, pezzo dopo pezzo, inizi a nasconderti. A tagliare le parti più vive di te per poter stare nel quadro. Fino a quando, guardandoti allo specchio, vedi ancora te stesso, ma non sei più intero.

Né uomo né mostro: identità sospese e corpi ibridi

Geralt non è solo un mutante, è un paradosso ambulante. Troppo umano per essere un mostro, troppo mostro per essere umano. Vive tra due mondi senza appartenere veramente a nessuno. Passa il tempo ad attraversare confini, fisici, morali, sociali, ma non può fermarsi in nessun luogo che possa davvero chiamare “casa”.

È quello che in sociologia si chiama liminalità: una condizione di passaggio, di sospensione.

Chi è liminale è costantemente in transito tra identità, ruoli, categorie, è quasi qualcosa, ma mai del tutto. E in questa ambiguità, spesso, viene visto con diffidenza, perché ciò che sfugge alla classificazione fa paura.

La filosofa Judith Butler, nei suoi studi sul genere e sull’identità, ci ha insegnato che l’identità non è qualcosa di fisso, ma un atto performativo. Qualcosa che costruiamo nel tempo, attraverso il linguaggio, i gesti, i contesti.

Geralt è un esempio perfetto di questo: non è nulla in modo stabile. A volte è cacciatore, a volte diplomatico, a volte fratello, amante, padre, spettro. Ma ogni ruolo è parziale, ogni maschera lo protegge e lo isola.

Anche Donna Haraway, nel suo Manifesto Cyborg, ci ricorda che le identità ibride, né uomo né macchina, né naturale né artificiale, sono quelle che più mettono in crisi l’ordine simbolico.

E proprio per questo vengono marginalizzate.

Il peso di essere “troppo” di tutto

Geralt non è un personaggio lineare. Non è un puro, non è un eroe senza macchia, non è una figura monolitica. È pieno di contraddizioni, di dubbi, di scelte sbagliate.

Eppure è anche più lucido, più compassionevole e più umano di molti personaggi apparentemente “normali”. La sua umanità non sta nel sangue, ma nella lotta quotidiana tra chi è e chi dovrebbe essere.

È un uomo che sceglie ogni giorno chi diventare, anche se sa che nessuna scelta gli garantirà accoglienza. E forse, proprio per questo, ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere.

Vivere tra mondi che ti rifiutano entrambi

Geralt incarna la tensione di chi non appartiene del tutto a nessun luogo. Troppo “mostro” per essere accettato dagli umani, troppo umano per essere accolto dai mostri. Una condizione liminale che riflette il disagio di chi vive ai margini delle categorie, tra razionalità ed emotività, forza e fragilità, analisi e sensibilità.

In questa zona grigia, l’identità diventa un adattamento continuo: ci si modella a seconda del contesto, si assumono ruoli, il risolutore, il professionale, il brillante, per essere tollerati o riconosciuti. Ma ogni maschera, per quanto funzionale, lascia dietro di sé una traccia di estraneità.

È il prezzo dell’adattamento forzato: la perdita progressiva di autenticità. Come il witcher, chi vive “tra mondi” impara presto che la coerenza interiore non è una valuta accettata ovunque. Eppure è proprio quella tensione a definire la sua umanità più profonda.

Il costo dell’invisibilità

Nel mondo di The Witcher, Geralt indossa sempre una maschera di impassibilità. È il modo più sicuro per sopravvivere. La gente non vuole sapere cosa sente, vuole che faccia il suo lavoro.

E così, anche quando prova qualcosa, affetto, rabbia, dolore, la trattiene. Non per freddezza, ma per protezione.

Questa dinamica è fin troppo reale per chiunque viva in una condizione di non appartenenza. Più ti adatti, più vieni premiato. Ma più ti adatti, più sparisci.

La performatività diventa una gabbia. Ogni gesto calcolato, ogni parola misurata, ogni reazione contenuta. E intanto, dentro, qualcosa si spezza, perché puoi anche sembrare adatto, ma se non puoi essere te stesso, sei solo un’ombra di te.

Geralt non è un outsider. È uno specchio.

In The Witcher, Geralt non è mai pienamente accettato. Ma non smette di esserci. Non smette di scegliere. Non smette di agire con etica, anche quando non gli conviene. E forse è questo che rende il suo personaggio così necessario: non è un modello da seguire. È un riflesso da riconoscere.

Racconta la vita di chi non rientra nelle categorie, di chi ogni giorno deve reinventarsi un modo per stare al mondo senza smettere di essere sé stesso.

Non è solo fantasy, è la realtà di milioni di persone che vivono tra le righe, fuori dalle caselle, fuori dagli schemi, fuori da tutto, ma ancora qui, a lottare.

La maschera dell’indifferenza

Uno degli aspetti più affascinanti e dolorosi di Geralt è il suo silenzio. Non è il silenzio dell’ignoranza, né quello dell’arroganza. È il silenzio di chi ha visto troppo, ha sentito troppo, ha capito fin troppo bene come funzionano le cose.

Geralt non si espone, non si infiamma, non mostra quasi mai rabbia o dolore. Tiene tutto dentro, come se ogni emozione manifestata potesse trasformarsi in un’arma puntata contro di lui.

E in effetti, spesso è così. Nel mondo di The Witcher, essere vulnerabili è un lusso. Chi si espone viene sbranato. Chi mostra paura viene manipolato. Chi ama, rischia di essere usato.

Allora Geralt fa quello che fanno milioni di persone ogni giorno: indossa una maschera.

Una maschera di impassibilità, di razionalità, di controllo emotivo. Una maschera che lo protegge ma che, col tempo, lo separa da sé stesso.

L’indifferenza come autodifesa

La maschera non è una bugia, è una strategia. Non serve a ingannare gli altri, ma a proteggere sé stessi da un ambiente ostile. Nel caso di Geralt, il distacco diventa parte del personaggio. Non perché non provi nulla, ma perché sa che mostrare troppo lo renderebbe più vulnerabile, più attaccabile, più “mostro” agli occhi di chi già lo teme.

La psicologia parla spesso di meccanismi di difesa: modalità automatiche con cui ci adattiamo a contesti che percepiamo come minacciosi. Il distacco emotivo, l’ironia, il cinismo, il silenzio sono tutti modi di dire: “Non fatemi male. Non voglio sentire troppo.”

Anche le persone neurodivergenti, e non solo, imparano presto che alcune emozioni non vanno mostrate. Troppa intensità spaventa, troppa empatia destabilizza, troppa fragilità viene punita. E così si costruisce una versione di sé più contenuta, più gestibile, più “normale”.

Ma ogni volta che rinunci a mostrarti per quello che sei, qualcosa si spezza.

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“Ho imparato a sentir freddo per non bruciare”

Ci sono persone che imparano presto a sentir freddo per non bruciare. Non perché siano distaccate o indifferenti, ma perché hanno capito che mostrare ciò che provano può diventare un rischio. Così scelgono il silenzio, la razionalità, il controllo. Apparentemente imperturbabili, mentre dentro tutto trema.

A molti appaiono freddi, egoisti, cinici. In realtà spesso combattono una battaglia invisibile: quella di chi sente troppo, ma non trova un contesto in cui poterlo mostrare senza essere frainteso o deriso.

Per sopravvivere imparano a comprimere, a trasformare la rabbia in ironia, la paura in efficienza, la tristezza in lucidità. È una forma di adattamento che protegge, ma col tempo può diventare una gabbia.

Nei videogiochi, però, molti trovano un linguaggio che restituisce spazio alle emozioni represse. Lì dove la realtà chiede maschere, il gioco permette di esplorare vulnerabilità, contraddizioni, desideri e paure.

In quei mondi digitali si può essere fragili e forti allo stesso tempo, senza che nessuno chieda di scegliere una sola identità.

The Witcher 3 è uno di quei titoli che ha saputo offrire questa possibilità.

Attraverso Geralt di Rivia, il giocatore entra in contatto con il paradosso dell’umanità: la tensione costante tra sensibilità e controllo, tra empatia e distacco.

Geralt non è freddo perché non sente, ma perché ha imparato che sentire troppo può ferire. E in questo meccanismo di autodifesa molti si riconoscono.

Il suo viaggio diventa così anche una riflessione psicologica sul modo in cui ognuno costruisce la propria corazza emotiva.

Un invito a chiedersi se quella distanza che spesso chiamiamo freddezza non sia, in realtà, una forma di sopravvivenza. E se, dietro quella corazza, non ci sia semplicemente un altro modo di essere diverso, ma pienamente umano.

L’empatia silenziosa di chi ha sofferto troppo

Eppure, Geralt non è apatico, tutt’altro. È forse uno dei personaggi più empatici dell’universo fantasy moderno. Solo che la sua empatia non è spettacolare. Non è fatta di discorsi ispirati o gesti teatrali. È fatta di piccoli atti, di protezione silenziosa, di rispetto per la complessità altrui.

Pensa a come tratta Ciri. A come si relaziona con Yennefer, con Triss, persino con Regis o con i mostri che caccia. Non giudica mai di primo impatto. Ascolta. Osserva. E agisce solo quando ha davvero capito.

Forse chi ha sofferto abbastanza sa riconoscere la sofferenza negli altri. Forse chi ha imparato a mascherarsi diventa bravo a vedere le maschere altrui. E allora l’indifferenza non è più solo difesa: diventa una forma di ascolto profondo.

La maschera non va distrutta. Va capita

Non esiste un modo giusto di esistere, ma esiste un modo in cui impariamo a resistere. Geralt non butta giù la maschera. Ma, nel tempo, la rende più sottile. Con Ciri, la abbassa. Con Yennefer, la incrina. Con sé stesso, a volte, la lascia cadere per un istante.

Ed è lì che vediamo chi è davvero. E forse anche noi, con le nostre maschere, possiamo imparare a fare lo stesso. Non serve distruggerle. Ma riconoscerle, nominarle, capire quando sono ancora utili e quando, invece, iniziano a soffocarci.

Perché non è vero che chi si nasconde non prova nulla. Spesso, è proprio chi si protegge a sentire di più. Proprio come Geralt.

I veri mostri sono umani

In The Witcher, i mostri non sono mai solo mostri. Certe volte attaccano per fame, altre per vendetta, altre ancora per disperazione, o perché sono stati maledetti da qualche umano crudele, tradito, corrotto. Quasi mai, in realtà, sono cattivi in senso assoluto e quasi mai Geralt li uccide senza prima cercare di capirli.

E molto spesso, alla fine, chi si rivela davvero spietato, chi mente, tradisce, sfrutta e distrugge, non ha artigli né fauci. Ha una faccia umana. Basta pensare al trailer di The Witcher IV o al finale del primo capitolo di The Witcher, in cui Geralt uccide il Gran Maestro con la spada d’acciaio. Si lo so, è spoiler ma il gioco è del 2007 e se ancora non lo hai giocato beh, ti sei perso tante belle cose.

È qui che The Witcher colpisce più a fondo. Ci illude che il pericolo venga dalle bestie, dai vampiri, dai wraith. Poi però ci mostra che la vera ferocia, quella più difficile da sradicare, è quella che nasce dall’ignoranza, dall’avidità, dall’odio travestito da normalità

Il mostro come proiezione della paura

In sociologia, la costruzione del “mostro” è spesso legata alla necessità di avere un nemico. Serve a unire il gruppo, a rafforzare l’identità collettiva, a dare un volto al disagio che non si riesce a spiegare. Il mostro non è reale. È un simbolo, una proiezione collettiva, utile per scaricare tensioni sociali, politiche, culturali.

Lo stesso accade nella realtà. Chi è emarginato, disumanizzato, ridotto a categoria come i migranti, poveri, disabili, malati mentali, queer, neurodivergenti, viene spesso raccontato in termini di pericolo. Non serve dire è cattivo. Basta dire non è come noi.

E da lì a renderlo invisibile o trattarlo come un problema da gestire, il passo è breve.

Zygmunt Bauman, in Modernità e Olocausto, scrive che l’esclusione sistemica nasce proprio dalla normalizzazione dell’eccezione: quando trattiamo alcuni esseri umani come se fossero altro, come se fossero oggetti, o numeri, o casi particolari, stiamo già costruendo la base della violenza.

In The Witcher, molte delle creature considerate mostri hanno solo commesso il peccato di non rientrare negli schemi. E così vengono cacciate, temute, uccise. Non per quello che fanno, ma per quello che rappresentano.

Geralt uccide i mostri. Ma non smette mai di osservarli

Geralt è un cacciatore, sì, ma è anche un osservatore attento, un etologo, uno studioso della natura. Non affronta le creature che incontra come nemici da abbattere. Le studia, le ascolta, cerca di capirne la logica.

Quando può, cerca una via alternativa. Prova a negoziare, a rompere la maledizione, a ripristinare un equilibrio. Solo quando non ha altra scelta, colpisce.

Non con sadismo, non con rabbia. Per lui uccidere non è mai una celebrazione, è una necessità. E ogni volta, ne porta il peso.

Questa sua postura è rivoluzionaria in un mondo che non vuole complessità. La gente non cerca spiegazioni, non vuole capire. Vuole il mostro morto, la minaccia eliminata, il problema cancellato.

Vuole risposte nette, soluzioni rapide, colpevoli visibili.

Ma Geralt si rifiuta di aderire a questa semplificazione. E in quello sguardo che posa su ogni creatura, anche la più pericolosa, c’è un messaggio preciso: la vera distinzione non è tra umano e mostro, ma tra chi prova empatia e chi non ne è capace.

Ed è qui che il mondo reale torna a farsi sentire. Perché anche noi, ogni giorno, veniamo spinti a semplificare. A scegliere chi è “normale” e chi no, chi merita ascolto e chi merita esclusione, chi ha diritto di spiegarsi e chi deve solo farsi da parte.

Come scrive Foucault, il potere più subdolo non è quello che impone, ma quello che definisce.

Chi stabilisce cosa è sano, civile, utile, corretto. Stabilisce anche chi può restare dentro e chi deve essere spinto ai margini. Non serve la violenza fisica per disumanizzare qualcuno, basta un’etichetta., un “è fatto così”, un “non è dei nostri”.

È la violenza più silenziosa: quella che non ti colpisce, ma ti classifica. Che non ti ferisce, ma ti fa sparire, che non ti uccide, ma ti nega la possibilità di esistere pienamente.

Chi sono i veri mostri, allora?

Forse non sono quelli con le zanne, forse sono quelli che ridono mentre il diverso viene umiliato. Quelli che non ascoltano, che non vogliono capire, che scelgono la paura invece della curiosità. Quelli che non si sporcano mai le mani, ma giudicano chiunque lo faccia.

The Witcher non ci dà una risposta netta. Ma ci pone una domanda: “Tu, da che parte vuoi stare?”

E se c’è una verità che questo gioco ci lascia, è che la linea tra umano e mostro non passa per il sangue. Passa per lo sguardo.

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Oltre la mutazione: la forza di essere sé stessi

Per tutto il tempo, abbiamo visto Geralt come un uomo “trasformato”: mutato nel corpo, nel ruolo, nella percezione sociale. Ma se c’è una cosa che la saga di The Witcher ci insegna, è che non è la mutazione a definirlo. È ciò che fa con quella mutazione, è come sceglie di portare il peso di un’identità imposta, come decide ogni giorno di non lasciarsene definire.

Geralt non può tornare indietro. Non può disfare quello che gli hanno fatto, ma può scegliere cosa farsene. Può prendere quell’identità ibrida e renderla sua, può smettere di chiedere approvazione, e iniziare a camminare per conto proprio.

Questa è la sua vera forza. Non nei riflessi, nei sensi sovrumani, nella spada d’argento, ma nel fatto che, nonostante tutto, resta sé stesso.

L’errore più grande che ci insegnano è che la diversità va superata, che essere fuori standard è un ostacolo da correggere, che adattarsi è l’unico modo per meritare uno spazio. Ma la verità?

È una trappola, una bugia, una cazzata colossale.

Perché adattarsi troppo significa disintegrarsi, significa diventare una sagoma ritagliata su misura per gli altri, lasciando fuori proprio le parti che ti rendono vivo, quelle che ti rendono unico, quelle che, se le recuperi, possono diventare la tua forza più grande.

Molti imparano presto che per essere accettati bisogna smussarsi. Che la mente “troppo veloce” va rallentata, che il silenzio è un difetto da colmare, che la sensibilità va tenuta a bada per non risultare “troppo”.

Così iniziano a ridurre, a comprimere, a tagliare parti di sé pur di adattarsi. Ma più si conformano, più si svuotano. Ogni compromesso erode un frammento d’identità, fino a lasciare soltanto la sagoma di ciò che gli altri si aspettano di vedere.

Non c’è pace nel “quasi”, né libertà nel sembrare accettabili. C’è solo la stanchezza di chi vive con una corazza cucita addosso, ma costruita per qualcun altro.

Con il tempo, però, alcune persone riescono a invertire il processo: iniziano a guardarsi con uno sguardo nuovo, non più come errori da correggere, ma come sistemi complessi da comprendere.

Ricominciano a raccogliere i frammenti nascosti sotto anni di adattamento forzato e scoprono che la loro diversità non era un limite, ma una chiave di lettura.

Una lente attraverso cui capire sé stessi, e forse, anche il mondo in modo più autentico e profondo.

Geralt non chiede più il permesso. Agisce

Nel terzo capitolo della saga, Geralt si muove con una consapevolezza diversa, non cerca più di farsi accettare, non si giustifica, non prova più a convincere nessuno di chi è. Fa le sue scelte. Protegge chi ama. Ascolta sé stesso.

La sua identità non è più una reazione al rifiuto. È una dichiarazione. Non grida, non rivendica, non predica, ma ogni gesto che compie dice una cosa sola:

“Questa è la mia strada. E ci cammino anche se non c’è nessuno ad applaudirla.”

In un mondo che ti chiede di adattarti, di smettere di essere troppo, di rientrare nei ranghi, scegliere di restare fedeli a sé stessi è rivoluzionario.

E non lo è solo per te, lo è anche per chi guarda, per chi si riconosce in quel gesto, per chi, magari, ha bisogno di sapere che c’è un altro modo.

Geralt, senza volerlo, mostra che si può essere tutto quello che il mondo rifiuta e camminare comunque a testa alta.

Non essere capiti non significa essere sbagliati

Geralt non è mai stato davvero accolto. Nonostante tutto quello che ha fatto, tutto quello che ha dato, tutto quello che ha perso, è sempre rimasto ai margini.

Troppo mostro per essere umano. Troppo umano per essere mostro. Eppure non ha mai smesso di scegliere, di essere. Non si è mai fatto definire da chi lo rifiutava, non ha chiesto il permesso di esistere.

Ha continuato a camminare, a proteggere, ad amare, anche quando nessuno lo stava guardando. E in questo, forse, c’è la sua vera forza. The Witcher non ci dice cosa dobbiamo diventare.

Ci mostra cosa succede quando scegliamo chi essere, anche in un mondo che ci vuole più semplici, più silenziosi, più addomesticati.

Non essere capiti non significa essere sbagliati. A volte significa solo parlare una lingua che gli altri non conoscono ancora.

E allora, come Geralt, si continua a camminare. Non per dimostrare qualcosa. Ma perché la strada, per quanto difficile, è l’unico luogo dove si può essere davvero sé stessi.

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Alessandro Tallarini

Ho iniziato con un Sega Mega Drive 2 e sono finito tra PC da moddare e notti davanti allo schermo. Oggi con La Mente in Gioco non mi limito a giocare: provo a capire cosa i videogiochi raccontano di noi, mescolando passione, analisi e un po’ di ironia.

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