Galassia in crisi: la società di Mass Effect come specchio della nostra

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Siamo sempre stati abituati a pensare che la fantascienza ci racconti un ipotetico futuro, ma non è così. Spesso quello che ci viene proposto è il nostro stesso presente, ma con qualche neon e astronave in più.

In questo senso, Mass Effect non è soltanto una space opera piena zeppa di alieni, battaglie e viaggi interstellari: è una riflessione stratificata su chi siamo oggi, sul funzionamento delle varie società e su quali rischi stiamo correndo come specie umana.

L’universo della trilogia di Bioware sembra essere una utopia tecnologica: l’umanità che colonizza i pianeti, viaggi interstellari grazie all’effetto massa, interazione e cooperazione con civiltà aliene avanzate, poteri biotici. Tuttavia, dietro questo progresso si nascondono tensioni raziali, crisi ecologiche, sfruttamento economico e istituzioni fragili. In pratica un sistema sempre sull’orlo del collasso, tenuto insieme da compromessi e diplomazie precarie.

Esattamente come la nostra, la società descritta in Mass Effect è liquida, giusto per tirare in causa Bauman: muta rapidamente, si adatta, ma è instabile e incerta. Ogni scelta ha un peso, senza offrire certezze. La tecnologia, invece di garantire giustizia e progresso, potenzia il caos, velocizza le crisi, e mette a nudo le contraddizioni che prima potevamo ignorare.

In questa epopea non vestiamo i panni del classico eroe infallibile, ma quelli di un cittadino intergalattico immerso in un mondo che ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere. E questa, forse, è la parte più inquietante.

Utopia tecnologica? Solo in apparenza

A prima vista, la galassia di Mass Effect sembra il sogno di ogni transumanista: viaggi interstellari alla portata di tutti, intelligenze virtuali e artificiali evolute, corpi potenziati, poteri biotici e razze aliene che, più o meno, cooperano sotto un’unica grande istituzione: il Consiglio della Cittadella. Ancora oggi mi emoziono ogni volta che ci metto piede per la prima volta, nel primo capitolo.

Eppure, basta allontanarsi di pochi passi dai corridoi lucidi del Presidium per rendersi conto che quella che ci viene presentata è solo una utopia di facciata.

Appena sotto la superficie si estende un universo fatto di colonie dimenticate, zone di guerra, popolazioni sfruttate, profughi, fanatismi religiosi e politici, razzismo sistemico.

“Le colonie esterne? Sono solo scarti. Il Consiglio se ne frega, l’Alleanza ci usa.”

È in quelle prime ore di gioco che ci si accorge davvero di come la galassia sia governata da una élite burocratica: il potere reale è concentrato in poche mani, e il progresso tecnico non ha portato equità, ma ha contribuito a creare nuove forme di esclusione.

Il Consiglio non rappresenta tutte le razze, solo quelle considerate “diplomaticamente accettabili” o in grado di portare benefici concreti. I Batarian, ad esempio, sono sistematicamente esclusi dalla politica che conta, soprattutto dopo il rifiuto del Consiglio di concedere loro diritti esclusivi di colonizzazione nel Confine di Skyllian.

Gli umani, che rappresentano i “nuovi arrivati”, cercano con forza di ritagliarsi un ruolo ma vengono ancora guardati con sospetto, nonostante gli innumerevoli sacrifici a cui sarà posto Shepard. I Krogan, elevati per combattere la piaga dei Rachni, sono poi stati sterilizzati per paura della loro espansione demografica accelerata. Insomma, tutto molto civile e tutto molto moderno.

mass effect società

 

Herbert Marcuse, in “L’uomo a una dimensione”, ci aveva già avvertiti:

“Il progresso tecnico, una volta integrato nel sistema dominante, può diventare uno strumento di repressione.”

Ed è esattamente ciò che accade nel mondo di Mass Effect. La tecnologia non emancipa: normalizza, controlla, gerarchizza. Chi ha accesso alla tecnologia detta le regole. Chi ne è tagliato fuori deve arrangiarsi. O meglio, deve sopravvivere nei Sistemi Terminus.

Non è poi diverso da ciò che vediamo oggi: il digitale ha creato una nuova classe di esclusi connessi, persone che usano la tecnologia senza comprenderla o controllarla. Come i coloni che accendono una trasmittente sperando che l’Alleanza li ascolti.

Insomma, la galassia di Mass Effect è il perfetto esempio di progresso diseguale: luce al centro, ma zone d’ombra sempre più dense ai margini. E a volte è proprio lì, tra le macerie e l’abbandono, che le cose più importanti succedono. O saltano in aria.

Alleanze fragili e diplomazia costante

Se c’è una cosa che Mass Effect ci insegna fin da subito è che le istituzioni non sono mai solide come appaiono. Il Consiglio della Cittadella, che all’apparenza dovrebbe garantire equilibrio e cooperazione tra le specie, in realtà è un campo minato diplomatico dove ogni scelta è il risultato di compromessi, interessi, favoritismi, pressioni e sospetti reciproci.

“Il Consiglio non si muove finché il problema non gli bussa alla porta.” Garrus Vakarian.

Ogni razza cerca di difendere la propria posizione di potere. Le decisioni vengono prese sempre con lentezza, spesso quando ormai è troppo tardi. I Turian proteggono l’ordine, le Asari l’equilibrio, mentre i Salarian l’intelligence. Gli Umani, impazienti, giusto per farci riconoscere, vogliono spazio, potere e fama ad ogni costo e subito. Tutto questo mentre fuori, nei sistemi esterni, il caos cresce. Non a caso il Consiglio è sempre sull’orlo di una guerra con i Sistemi Terminus.

So che leggendo queste righe ti viene in mente qualcosa. L’analogia con istituzioni come ONU, NATO o Unione Europea è immediata. Queste, esattamente come il Consiglio della Cittadella, sono organizzazioni create e pensate per evitare il conflitto globale e gestire la cooperazione tra i vari stati membri. Proprio come in Mass Effect, anche loro si muovo solo quando la crisi è già scoppiata.

Il filosofo Michel Foucault, in “Sorvegliare e punire” e “Bisogna difendere la società”, ci ricorda che il potere non è mai neutrale, e soprattutto non è mai solo visibile. Non serve gridare ordini o mostrare la forza: spesso il potere opera escludendo, silenziosamente, attraverso regole, codici e convenzioni.

Nel consiglio, ad esempio, alcun specie vengono riconosciute come “civilizzate”, mentre altre restano escluse, tollerate solo se funzionali. Basti pensare ai Drell che sono servitori degli Hangar. Oppure i Volus che sono dei partner commerciali solo perché abili finanzieri, ma senza una voce in politica, ambasciata a parte. Infine gli Elcor che sono trattati come buffi e patetici molluschi , oltre che ad essere dei fanatici religiosi.

Possiamo dire che, proprio come nella nostra società, la galassia è governata da una politica dell’inclusione selettiva, dove ciò che è diverso va dominato, addestrato, oppure ignorato.

L’umanità, in questo contesto, rappresenta perfettamente l’archetipo del nuovo arrivato che bussa alla porta del potere. È ambiziosa, vuole contare, vuole sedersi al tavolo dei grandi. Ma per farlo deve dimostrare forza militare, non integrità morale.

È un altro parallelo interessante: sembra la storia delle potenze emergenti che cercano spazio nello scacchiere geopolitico, tra diffidenza e ipocrisia. Ti viene in mente la Cina nel G20? L’India nella NATO? Il Sud globale nel Fondo Monetario?

Alla fine, ciò che Mass Effect ci mostra è che la pace è un equilibrio instabile.

Un costante gioco di apparenze, dove la diplomazia non serve a evitare il conflitto, ma a ritardarlo abbastanza da sperare che scoppi da un’altra parte.

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Le classi sociali nello spazio

L’universo di Mass Effect non è solo diviso per specie: è stratificato in classi, come ogni società capitalista che si rispetti.

Il progresso ha portato colonie, scambi, potenziamenti, IA, IV, ma non ha certo eliminato la disuguaglianza. Lì dove c’è tecnologia avanzata, ci sono anche privilegi, esclusione, sfruttamento.

Chi vive nel cuore della Cittadella gode di sicurezza, connessioni politiche, accesso a cure mediche avanzate, sistemi educativi, biotecnologie.

Chi vive nelle colonie esterne si arrangia con quello che ha: spesso senza protezione, senza servizi, a contatto diretto con minacce come pirati o schiavisti. La divisione è netta: centro contro periferia, élite contro cittadini invisibili. L’Alleanza cerca di mantenere un ordine formale, ma è lenta, burocratica e spesso impotente. Ed è proprio nel vuoto lasciato da queste istituzioni che si insinuano realtà pericolose.

Una di queste è Cerberus: un’organizzazione paramilitare, non ufficialmente riconosciuta, che si muove ai margini della legalità e agisce secondo una visione ultranazionalista e specista.

Il suo obiettivo non è il profitto, ma l’affermazione dell’umanità come specie dominante, a qualsiasi costo.

“Noi non ci limitiamo a reagire. Noi agiamo per il bene dell’umanità, anche quando nessuno ha il coraggio di farlo.” L’Uomo Misterioso.

Cerberus rappresenta l’ideologia estrema che nasce dove lo Stato fallisce.

Quando la gente non si sente protetta dalle istituzioni, cerca risposte in chiunque sembri avere potere e determinazione. Cerberus incarna questo: una risposta brutale, militarizzata, totalitaria a un mondo caotico e iniquo.

Qui possiamo richiamare Marcuse: in “Tecnologia, guerra e fascismo”, ci mette in guardia proprio contro la possibilità che la tecnica, invece di liberare, diventi strumento di oppressione, se guidata da un’ideologia autoritaria.

Cerberus è questo: potere tecnologico al servizio del controllo etnico e sociale.

E mentre Cerberus e il Consiglio si scontrano su piani ideologici, nelle colonie abbandonate, nei distretti poveri della Cittadella, nei Sistemi Terminus, la vita scorre con fatica.

Lì vivono i dimenticati, i profughi Quarian, i lavoratori umani mai evacuati, i mercenari che combattono per contratto, non per ideali.

Come oggi, esiste una nuova classe di esclusi invisibili: precari digitali, sfruttati globali, rifugiati economici. Tutti formalmente “connessi” ma senza alcun potere reale.

Nel gioco, come nel mondo reale, la sopravvivenza ai margini dipende solo da te. O da qualcuno che ti usi.

“Se non servi a qualcosa, sei solo un peso.”  Zaeed Massani

La galassia di Mass Effect ci dice chiaramente che il progresso non è mai neutro.

Dipende da chi lo controlla, chi lo subisce, e chi ne resta fuori.

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Xenofobia e specismo: La paura dell’altro

Uno degli aspetti più disturbanti, ma anche più realistici, dell’universo di Mass Effect è quanto il pregiudizio sia normalizzato. Nonostante il contesto intergalattico, le società della Cittadella sono tutt’altro che illuminate.

Dietro la retorica della cooperazione, si nasconde una galassia attraversata da xenofobia, discriminazione sistemica e vere e proprie forme di specismo.

Ogni specie ha i suoi stereotipi: i Krogan sono violenti, i Quarian dei ladri, i Batarian dei terroristi, i Geth mostri senz’anima. Tutti hanno un’etichetta, tutti son quelli da tenere d’occhio.

Questo tipo di razzismo interspecie funziona come nei nostri sistemi sociali reali: non è sempre esplicito, ma agisce attraverso ruoli imposti, narrazioni tossiche, e gerarchie invisibili. I Quarian, ad esempio, sono una civiltà nomade e ostracizzata, costretta a vivere in tute ambientali dopo aver perso il proprio pianeta. Per la galassia, sono “parassiti tecnologici”.

I Krogan, una volta considerati eroi per aver sconfitto i Rachni, vengono poi puniti per la loro fertilità: sterilizzati con la genofagia. Un’intera specie ridotta in condizioni di sterilità forzata per “contenere il problema”.

Qui è inevitabile richiamare Zygmunt Bauman, che in Modernità e Olocausto analizza come la razionalizzazione tecnica e amministrativa possa portare alla disumanizzazione sistematica di interi gruppi.

La genofagia non è un atto emotivo, ma una decisione politica “razionale”. Funziona. Ma a quale prezzo?

Anche i Geth, IA collettive nate dai Quarian, vengono trattati come oggetti pericolosi, pur mostrando segni di coscienza ed empatia. Il punto è che non importa quanto “umano” tu possa essere. Se sei diverso, vieni temuto. E a volte distrutto.

Foucault, in “Bisogna difendere la società”, spiega come i sistemi di potere selezionano cosa è normale e cosa è anormale, cosa va incluso e cosa escluso. Nel mondo di Mass Effect, l’“altro” è tollerato finché è utile. Ma non ha mai davvero diritto alla parola.

Questa logica si riflette in molti dialoghi di Shepard, che si trova spesso a dover scegliere se perpetuare o sfidare queste discriminazioni. Può convincere il Consiglio a risparmiare i Geth, difendere i Quarian, proteggere i Krogan. Ma sa bene che una buona scelta morale non cambia un intero sistema.

E proprio qui sta la forza sociologica di Mass Effect: nel mostrarci che l’oppressione non è un errore del sistema. È una sua conseguenza logica, quando la diversità viene vista come minaccia e non come ricchezza.

Transumanesimo e controllo: dove finisce l’umano?

In Mass Effect, non ci sono solo alieni, IA e biotecnologie. C’è una domanda che attraversa tutta la trilogia, spesso in silenzio, ma sempre più urgente: dove finisce l’umano, e dove inizia qualcos’altro?

Il corpo di Shepard è l’emblema perfetto di questa domanda. Muore, viene ricostruito pezzo per pezzo da Cerberus, rianimato con una combinazione di scienza, tecnologia e finanziamenti discutibili. Quando si sveglia, Shepard è ancora se stesso? O è diventato qualcos’altro?

Questa riflessione si estende a tutto l’universo narrativo:

  • I potenziamenti biotici modificano mente e corpo;
  • Le intelligenze artificiali come IDA sviluppano coscienza e personalità;
  • I Geth diventano comunità senzienti;
  • Gli spettri, come Shepard, operano al di sopra della legge, fuori dai codici umani e morali.

È qui che entra in gioco Yuval Noah Harari, che in Homo Deus riflette su un futuro in cui l’umanità non cerca più la sopravvivenza, ma la trascendenza, cercando di superare i propri limiti biologici. La tecnologia diventa così una via per ridefinire l’essere umano, ma anche per controllarlo. E infatti, in Mass Effect, il potenziamento non è mai neutro. Ogni upgrade ha un prezzo: sociale, etico, identitario. Chi controlla la tecnologia, controlla anche i corpi e le decisioni. Cerberus lo sa bene. Anche il Consiglio. E persino l’IA che vive nella Normandy.

La trasformazione di Shepard in Mass Effect 2 è una parabola del transumanesimo contemporaneo: l’idea che possiamo diventare qualcosa di più, ma che in questo passaggio rischiamo di perdere qualcosa di essenziale. Identità, coscienza, volontà. O forse solo la fiducia di chi ci circonda.

Anche Foucault, in La volontà di sapere, affronta il tema del corpo come luogo di controllo. Le istituzioni disciplinari, spiega, non si limitano a governare le masse: modellano i corpi, regolano i comportamenti, decidono chi sei. In Mass Effect, tutto questo si vede nei dettagli:

  • Nei laboratori che creano cloni o potenziati,
  • Nelle corporazioni che brevettano impianti cerebrali,
  • Nei militari che addestrano bambini biotici come risorse strategiche.

Il futuro, ci dice la saga, non sarà una guerra tra umani e macchine.

Sarà una guerra sul significato dell’umanità stessa.

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Mass Effect come specchio critico

Alla fine della fiera, Mass Effect non ci racconta solo una storia epica tra stelle e razze aliene.

Ci mostra quello che siamo, quello che potremmo diventare e, soprattutto, quello che fingiamo di non essere già.

Dietro la facciata da space opera, la trilogia di BioWare è un affresco sociopolitico travestito da RPG. Ci mette di fronte a:

  • Istituzioni deboli e compromesse;
  • Pregiudizi sistemici;
  • Classi sociali invisibili;
  • Corporazioni ideologiche;
  • Un’umanità in bilico tra evoluzione e perdita di sé.

Ogni scelta morale di Shepard è significativa, certo. Ma la galassia non cambia davvero. Il Consiglio rimane conservatore. I conflitti tornano ciclici. Le disuguaglianze restano profonde.

Mass Effect ci fa sentire potenti, ma solo per ricordarci quanto siamo piccoli rispetto ai meccanismi di potere che regolano le società. E forse è proprio qui che sta la forza dell’opera:

non ci dice come aggiustare il mondo. Ci fa vedere le sue crepe, una per una. E ci chiede: “Cosa sei disposto a sacrificare per sopravvivere? E per chi?”

Come scrive Zygmunt Bauman in Etica postmoderna,

“La moralità comincia quando finisce il calcolo dei vantaggi.”

Shepard può decidere di salvare i Krogan, i Geth, i Quarian. Ma non lo fa perché gli conviene. Lo fa perché è giusto, anche se nessuno lo ricorderà. Anche se nessuno cambierà. E allora forse Mass Effect non è una distopia, né un’utopia: è un riflesso distorto ma preciso della nostra realtà.

Un monito con un controller in mano. Un gioco che ti guarda negli occhi e ti dice: “Non sei il protagonista. Sei solo uno dei tanti. Ma puoi ancora scegliere chi essere.”

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Perché oggi ha ancora senso giocare Mass Effect

A quasi 20 anni dall’uscita del primo capitolo, qualcuno potrebbe pensare che Mass Effect sia solo una saga del passato.

Grafica un po’ datata, interfacce goffe, qualche animazione rigida. Ma basta sedersi, creare il proprio Shepard e iniziare a parlare con Joker o Tali per capire una cosa:

Mass Effect non invecchia, perché non parla di futuro. Parla di noi.

In un’epoca in cui le guerre non si dichiarano più ma si finanziano, in cui le IA scrivono le mail e i governi ignorano i profughi, in cui l’identità è liquida e il potere è ovunque e da nessuna parte, Mass Effect ci offre un modello narrativo per capire come funzionano i sistemi complessi.

Ci mette al centro delle tensioni tra etica e utilità, tra giustizia e diplomazia, tra umanità e sopravvivenza. E lo fa senza pontificare, ma lasciandoci scegliere, sbagliare, e fare i conti con le conseguenze.

Mass Effect non pretende di insegnarci qualcosa. Ci mette solo di fronte a un bivio, e ci lascia lì, controller in mano, a decidere che tipo di essere umano vogliamo essere. Nello spazio o nella vita reale, la differenza la fa sempre come scegli di agire.

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Alessandro Tallarini

Ho iniziato con un Sega Mega Drive 2 e sono finito tra PC da moddare e notti davanti allo schermo. Oggi con La Mente in Gioco non mi limito a giocare: provo a capire cosa i videogiochi raccontano di noi, mescolando passione, analisi e un po’ di ironia.

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